Raccontare la depressione attraverso l’autoritratto fotografico

Oramai suona quasi come un mantra: “L’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara che nel 2020 la depressione sarà la più diffusa al mondo tra le malattie mentali e in generale la seconda malattia più diffusa dopo le patologie cardiovascolari”.

Una previsione da brivido se pensiamo che il 2020 è alle porte e soprattutto se consideriamo che per molti aspetti la nostra qualità di vita sembra peggiorare!

Date queste premesse, viene da porci una semplice ma non banale domanda… cos’è la depressione? 

La depressione è un disturbo del tono dell’umore, che si manifesta con una profonda tristezza o senso di vuoto e una marcata diminuzione di interesse o piacere per le attività quotidiane.
La caratteristica di pervasività, ci aiuta a distinguere, da un punto di vista clinico, una tristezza passeggera da una condizione prolungata nel tempo, che può compromettere significativamente la qualità di vita di una persona, le relazioni sociali, il proprio equilibrio mentale.
Diversi possono essere i sintomi che si presentano durante un episodio depressivo: faticabilità o mancanza di energia, sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi, difficoltà a pensare e a concentrarsi, indecisione, disturbi del sonno, modificazioni dell’appetito, spossatezza, agitazione o rallentamento psicomotorio, pensieri ricorrenti di morte, ideazione suicidaria.

I vissuti soggettivi di angoscia, impotenza, fallimento, non-senso, mancanza di speranza, possono condurre chi soffre di depressione ad un pericoloso isolamento, che rischia di diventare la propria prigione, ma anche la propria “dimora”. Nel momento in cui iniziano a sfilacciarsi quelle corde che hanno da sempre sostenuto la propria identità, il vissuto depressivo sembra diventare l’unico modo di essere al mondo. Un sentimento di abbandono (come impossibilità di non essere tristi), fa sentire la persona lontana da tutto, incapace anche di spiegare ai propri cari come ci si senta.

In questo articolo, tuttavia, non ci addentreremo nelle possibili cause della depressione o nelle sfumature sempre diverse del suo manifestarsi, quello che invece vogliamo mettere in evidenza è una creativa modalità che alcune persone hanno utilizzato per affrontare e raccontare la propria sofferenza.
Le persone a cui ci riferiamo sono fotografi e ad ognuno di loro è stata diagnosticata una forma di disturbo depressivo.
Gli artisti che citiamo sono solo alcuni esempi di chi ha provato a raccontare, attraverso immagini, quel grigiore che ingoia tutto e non da più piacere in quasi niente… e che spesso con enorme fatica si riesce a mettere in parola!

Ma andiamo a conoscere insieme alcuni di questi artisti…

Christian Hopkins
Fotografo americano di 24 anni, a cui è stata diagnosticata una depressione all’età di 16 anni. Hopkins inizia a usare la macchina fotografica come forma di terapia, per materializzare i pensieri che lo affliggono.

Foto di Christian-Hopkins

foto: Christian-Hopkins

“Ogni volta che cominciavo a sentirmi controllato da una determinata emozione, sapevo che non sarei più stato in grado di pensare e concentrarmi di nuovo, finché non avessi tirato fuori quell’emozione dalla mia mente catturandola in una fotografia”.

Edward Honaker
Fotografo americano di 22 anni a cui è stata diagnosticata una depressione all’età di 19 anni. Gli autoritratti in bianco e nero di Honaker raccontano le sue emozioni, attraverso atmosfere surreali.

Foto di Edward Honaker

foto: Edward-Honaker

Tutto quello che sapevo è che all’improvviso ho iniziato a fare male tutte le cose in cui ero molto bravo e non sapevo perché… La tua mente è chi sei, e quando non funziona correttamente, è spaventoso.

Katie Crawford
Fotografa americana di 24 anni, da oltre 11 anni convive con un disturbo depressivo e un disturbo d’ansia generalizzato, che ha provato a rappresentare nel suo progetto “My Anxious Heart”.

Foto di Katie Crawford

foto: Katie-Crawford

Ho dato vita a questo progetto perché avevo bisogno di esprimere cosa significhi questa esperienza per me. So che può non essere lo stesso per tutti, ma spero che si crei l’opportunità di aprire un dialogo tra coloro che ne soffrono e chi non ha mai capito”.

Laura Hospes
Fotografa originaria dei Paesi Bassi, 22 anni. All’età di 21 anni viene ricoverata per un tentativo di suicidio. Durante l’ospedalizzazione realizza degli autoritratti, che danno vita al progetto “UCP-UMCG”, dal nome del reparto psichiatrico in cui era ricoverata.

Foto di Laura Hospes

foto: Laura-Hospes

Condividendo le foto, la famiglia e gli amici hanno potuto vedere come mi sentivo. Certo è stato molto difficile vedermi passare un periodo difficile ma almeno sapevano come mi sentivo. Ero capace di essere me stessa e sentirmi meno sola per via di ciò”.

Alexsandra Stone
Fotografa originaria della ex Jugoslavia, 26 anni. A 10 anni si trasferisce con la famiglia negli Stati Uniti e ai tempi del College le viene diagnosticata una depressione.
L’impegno costante nella fotografia e la percezione di avere uno scopo sono stati per lei gli aspetti più terapeutici.

Foto di Alexandra Stone

foto: Alexandra-Stone

La depressione tende a farti sentirsi come nuotare in un oceano senza vista della terra, è possibile percorrere, nuotare o galleggiare, ma non importa quale metodo si è scelto, la sopravvivenza richiede uno sforzo costante”.

Deedra Baker
Fotografa americana di 27 anni, per sette anni in lotta contro la sua depressione che ha provato a rappresentare nel progetto “Psychological self-portrait”.

Foto di Deedra Baker

foto: Deedra-Baker

“Psychological self-portrait tratta della mia depressione. Piuttosto che nascondere i miei umori e sensazioni, ho voluto affrontarli. […] Per tutta questa serie di foto ho ritratto psicologicamente me stessa attraverso lotte fisiche come si vede dalle mie espressioni facciali: dolore, tristezza, rabbia, vergogna e conflitto.”

Quello che possiamo intravedere di comune in tutti gli artisti citati è la funzione che assume l’atto del fotografare e il suo prodotto: la fotografia e nello specifico la tecnica dell’autoritratto. Prima di tutto una funzione catartica, “terapeutica”, per affrontare e comprendere i propri stati emotivi. A questa si unisce una funzione di comunicazione e condivisione, per raccontare quello che si può provare e come ci si sente.

L’intento è in ogni caso il desiderio e la forza di “portare fuori” una sofferenza che se restasse solo interiore potrebbe uccidere. Una volontà di andare oltre quel senso di ripiegamento e solitudine per creare un dialogo con il proprio sé e anche con lo spettatore, che si ritrova a partecipare, a entrare in con-tatto, delicatamente, con un materiale che può suscitare risonanza o semplicemente volontà di comprendere.

Questo tentativo di dialogo, può rivelarsi una potenzialità ricchissima nel momento in cui diventa un invito ad andare oltre tabù e pregiudizi sui disturbi mentali, per confrontarci invece sui vissuti di impazienza, rifiuto, sulle difficoltà che si vivono nello stare accanto a chi soffre di depressione, difficoltà legate al senso di impotenza per non sapere come essere d’aiuto e alla fatica di raggiungere e comunicare con chi soffre.

Un altro aspetto degno di attenzione è la percezione di avere controllo su qualcosa che ha una continuità e un fine, un progetto fotografico nel caso specifico, che può restituire un senso di padronanza sulle proprie azioni e sulle proprie emozioni, e rivelarsi una strada per riappropriarsi della propria interiorità.
Le immagini prese ad esempio sembrano raccontare attraverso il proprio corpo quanto quel dolore inesprimibile invada la persona in tutto il suo essere e anche l’ambiente intorno. Allo stesso tempo ciascun progetto fotografico rappresenta il tentativo di ritrovar-si attraverso quella che può rivelarsi una vera e propria strategia di coping.

Queste iniziative ci forniscono spunti interessanti per il lavoro psicologico clinico, laddove l’autoritratto fotografico, o la fotografia, o l’arte più in generale, può rappresentare un ulteriore canale espressivo per rafforzare quell’alleanza terapeutica nelle situazioni in cui la parola può non essere sufficiente a raccontare il dolore.

Marzia Roberto
Psicologa – Psicoterapeuta

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4 pensieri su “Raccontare la depressione attraverso l’autoritratto fotografico

  1. Ho cominciato a fotografare per potermi esprimere nei momenti di maggiore ansia, perché i suoi sintomi nascondevano il mio mondo interno molto “colorato”. Ho così trovato un modo per creare da me le risposte che andavo cercando…E’ un braccio in più, utile a dare forma a quello che le parole non possono realizzare.

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    • La depressione ha cause multifattoriali, complesse e soggettive e si verificano anche delle reazioni biochimiche nel cervello. Proprio per questo è utile considerare la depressione, più che come una malattia, come una sintomatologia che esprime una condizione di profonda sofferenza, che va ascoltata, compresa e trattata considerando la personale storia di ognuno.

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