Una giornata gluten free e il dubbio che duri tutta la vita

articolo su celiachia e psicologia dell'associazione altroveIl 10 e 11 ottobre 2015 il Palazzo dei Congressi a Roma ha ospitato il “Gluten Free Day”, evento dedicato a chi soffre di celiachia e intolleranza al glutine.

Nel programma hanno trovato spazio oltre agli stand espositivi, dimostrazioni culinarie, attività didattiche per i bambini e seminari informativi e un Convegno in cui, medici e psicologi, in collaborazione, hanno affrontato il “mondo della celiachia”, confrontandosi con il pubblico presente.

Con il dubbio di essere celiaca e in qualità di psicologa interessata e impegnata nel tema dell’alimentazione, la giornata è stata movimentata. 

Al mio arrivo vado alla ricerca della “sala prelievi”. Molti si trovano lì solo per prevenzione. Altri, non vedono l’ora di scoprire di essere celiaci cosicché non rimarranno più dubbi su quei mal di pancia. In particolare, mi colpisce una giovane coppia,  con bimbo piccolo ancora nel passeggino.  Entrambi hanno la manica del maglione alzato e la medicazione in evidenza. Penso a quando si verificano le circostanze per una sopravalutazione o negazione della malattia e a tutta l’emotività circostante.

Mi ritrovo a tollerare l’idea che possa essere una cosa molto responsabile fare questo test, non come me che ho preferito rimandare a una giornata sopraggiunta a sorpresa, perché poi, in fondo, credo sia diventata una moda molto comune essere intolleranti a qualcosa.

Inizio a prendere in considerazione che al momento del risultato del test la mia alimentazione potrebbe dover cambiare significativamente e anche tutte le mie abitudini, le mie padelle, la mia dispensa che per il momento è solo tanto fieramente arricchita di cereali senza glutine, le mie ricette che gli amici apprezzano tanto potrebbero andare perse. Come potrò recuperare le tradizioni culinarie della mia famiglia?

articolo su celiachia e psicologia dell'associazione altrove

Mi sorprendo a pensare che forse, la celiachia, mi farà sentire esclusa dal mio mondo, ma di certo mi porterebbe in un mondo coloratissimo. Finito il prelievo, infatti, inizio a girare per gli stand dai colori vivaci. Tutti mi offrono da mangiare, rassicurandomi sulla preziosità degli alimenti. Penso che sia tutto fin troppo invitante. I dolci sembrano più buoni di quelli col glutine e allora ne assaggio uno e riconosco un sapore. Inizio a rimuginare pensando che forse non mi mancherebbe il cibo “normale”, forse tutti potremmo mangiare semplicemente senza glutine.

Mi ritrovo a contatto con sentimenti di “inclusione ed esclusione” che riconosco e poi riesco a gestire perché sono formata per farlo ma sento quanto sia difficile e lo moltiplico per un bambino o un genitore.

Inizio a percepire come questo osannare il gluten free possa nascondere  la fantasia del ricompensare il sentimento di esclusione, con qualcosa di più, la totale inclusione in un mondo più bello dedicato a te che sei diverso e in qualche modo speciale. 

Penso  a un genitore che cerca in tutti i modi di aiutare il proprio bambino a non sentirsi diverso e a tutte le modalità di compensazione che potrebbe utilizzare, ugualmente a come potrebbe fare un genitore di un bimbo non celiaco, o con un’altra intolleranza. Come fa un bambino a essere educato alla diversità?

Tutti i bambini andrebbero allenati a scoprire le proprie peculiarità, per chi soffre di celiachia potrebbe diventare un buon pre-testo per fare un salto evolutivo importante per la crescita.

Arrivo a sentire l’ultima parte di un intervento di una collega, la dott.ssa Castignani, che con calma ed esperienza, prova a incoraggiare i genitori a comunicare con i figli e a riprendersi il potere di esperti sui propri bambini. Poco dopo un padre, inglese, con un’espressione del viso molto simpatica e con due figli al seguito, chiede come potrebbe, lui, aiutare il figlio di tre anni a tirare fuori tutto quello che ha dentro. Prende il microfono una madre per rispondere che “la difficoltà dei genitori è di organizzarsi e che poi si può diventare bravi e i bambini non soffriranno più”. Si risveglia il mio udito da psicologa e inizio a ipotizzare che probabilmente questa madre non solo non stia rispondendo al signore inglese ma che la domanda l’abbia fatta addentrare in un discorso emotivamente pregnante per lei e che stia rispondendo apparentemente a caso ma forse usando parole chiave per la propria storia. Mi perdo la risposta della collega perché inizio a chiedermi quanto il padre si preoccuperebbe della timidezza del figlio se non fosse celiaco. Secondo lui tutti i soggetti celiaci hanno difficoltà a esprimersi o è solo un’introversione di questo bambino? E se fosse solo timido, non celiaco, allora potrebbe non occuparsene?

Faccio un altro giro in questo luogo pieno di cose eccellenti sentendomi anche un po’ triste se non dovessi avere confermata la diagnosi di celiachia, perché è davvero uno scenario straordinario, che esprime a gran forza che il celiaco può tutto e non deve fare rinunce.

Mi ritrovo nuovamente a considerare che se pur mi faccia piacere che si riescano a preparare cibi gustosi, questo sfondo sia poco rappresentativo della malattia in sé, essendo per antonomasia la malattia della privazione e dell’esclusione selettiva.

Il sostegno psicologico in campo alimentare è un concetto trasversale.

Il cibo è una fonte di conforto comune a molti, adulti e bambini. A volte il cibo prende il sopravvento sull’interazione con l’altro, è il campo che può dare voce ai conflitti emotivi nei rapporti familiari, è difficoltoso per un genitore pensare di essere un bravo genitore se sente di non essere in grado di alimentare il proprio bambino. Nello specifico, le malattie croniche alterano la percezione e la continuità del sé e le interazioni relazionali.

Penso a quanto sia difficile l’aderenza alla dieta soprattutto in adolescenza, alla rabbia di un ragazzo che non può mangiare niente a una festa ed essere come tutti gli amici, alla difficoltà di un genitore a dire no,  a quanto tutti i genitori siano terrorizzati ad accogliere il sentire dei bambini se lì c’è del dolore…ed ecco che il bambino o l’adulto celiaco ha delle parti che hanno bisogno di esprimersi come ogni altro bambino o adulto.

Quando vado via incontro il signore inglese con i suoi due figli. Ridono e fanno le pernacchie in mezzo alla strada. Penso a quanto siano belli insieme e felici e a quanto un’alimentazione celiaca o meno, fatta di nutrizione emotiva, a volte, più che alimentare, ipervalutata forse dai nostri genitori, non rappresenti la felicità. Penso a mia madre che mi propina ancora oggi, ogni estate, i miei piatti preferiti e a quanto non l’abbia mai sfiorata una preoccupazione per la mia timidezza infantile.

Forse oggi ho fatto un’esperienza di integrazione che mi consentirà di essere più in contatto con le persone celiache o meno che entrano nel mio studio per una consulenza.

Antonietta Dattola
Psicologa – Psicoterapeuta

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2 pensieri su “Una giornata gluten free e il dubbio che duri tutta la vita

  1. Un racconto illuminante che parla certamente, come dice lei, non solo di alimentazione. Ci si trova quotidianamente a contatto con la cronicità, diventa ancor più impressionante se tocca i bisogni primari che sono diventati un complesso codice da comprendere, misurare, certificare, compensare. Da “non addetta” mi chiedo quanto questo corposo schedario clinico aumenterà la distanza con i nostri gorghi interiori e quanto, d’altra parte, può rappresentare l’occasione di lettura profonda dell’altro.
    Grazie.

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    • Sono felice che abbia trovato lo scritto interessante. E’ vero è un piccolo racconto. Lei ha colto con estrema sensibilità il mio obiettivo ovvero raccontare una storia,la mia, simile a mille altre, portando alla luce i ragionamenti di chi si prepara ad affrontare un problema di cronicità.
      Sa, credo che tutti i bisogni e le emozioni abbiano codici comuni per l’uomo, altrimenti la mia storia non l’avrebbe colpita così profondamente e non potrebbe essere simile a mille altre. Davanti a un problema abbiamo due vie: fare come abbiamo sempre fatto, e va bene, del resto, è funzionale, se siamo sopravissuti fino adesso..oppure ascoltare i nostri ingorghi così da prendere assolutamente distanza, non da noi stessi, ma da qualsiasi schedario clinico.
      Nel mio lavoro spero di riuscire a spezzare proprio queste credenze nelle persone, noi non siamo la cronicità, la depressione, l’ansia, la bulimia quando le proviamo ..siamo persone con bisogni primari che possono, a volte con molto impegno, essere decodificati, essere compresi, elaborati, non certificati e non più compensati con i sintomi di depressione, ansia e bulimia.
      Grazie Marilisa,
      AD

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