Sulla medicina, scritti 1955-1989 di Georges Canguilhem

Scritti sulla medicina CanguilhemIl medico oggi non può ignorare che la guarigione non è mai un ritorno”.

Con queste parole, G. Canguilhem, nei suoi scritti sulla medicina, ci esorta ad una importante riflessione sul significato di concetti quali malattia, guarigione, “Salute”; sulle molteplici sfaccettature che si configurano nella relazione fra organismo e ambiente e quindi sulla necessità di recuperare l’esperienza soggettiva dello star bene e dello star male, sull’utilità di fare un passaggio da una logica di “normalità” ad una di “normatività”, dove per quest’ultima si intende la possibilità di ogni persona di costruire e far proprie regole e valori di riferimento per far fronte alle aggressioni provenienti da un ambiente infedele
Ed è così che la cura prende la forma di una relazione fra due sistemi viventi, mutevoli, perché in continuo movimento e cambiamento. Canguilhem infatti, solleva cruciali interrogativi sul rapporto medico-paziente, che rivisita alla luce della necessità di destituire il mito della guarigione, prima ancora di intravedere in essa la possibilità di un percorso da costruire insieme per “guarire piuttosto dalla paura di dover eventualmente sforzarsi di guarire, senza garanzia alcuna di successo, da malattie il cui rischio è inerente al godimento stesso della salute”.
E’ assurdo concepire l’organismo vivente come una macchina da regolare, piuttosto possiamo considerarlo un sistema complesso da com-prendere, per andare oltre il tecnicismo spurio della scienza, recuperando invece una dimensione soggettiva che proprio grazie ai progressi della scienza può essere compresa, progressi che permettono di mettere al servizio dei sistemi di cura le scienze mediche, sociali e psicologiche.
Canguilhem ci dice che “le malattie dell’uomo non sono solo limitazioni del suo potere fisico, sono anche drammi della sua storia”…e dunque perché non valorizzare la storicità, la memoria, della salute e della malattia, per permetterci di dar senso agli accadimenti della vita, favorendo la convivenza soprattutto con quelle condizioni di “cronicità” che ci motivano ancor di più a smitizzare il concetto di guarigione?
In ogni caso la guarigione non è mai un ritorno, dicevamo; non siamo mai uguali a noi stessi nel tempo, anche dopo aver superato un malanno che non mette a rischio la nostra vita, sia se ne usciamo indeboliti, sia se ne usciamo rafforzati.
Ed è proprio con questa cultura della medicalizzazione – in cui la nostra società tenta e stenta di ritrovare delle certezze, dei punti di riferimento che rafforzino i sistemi dominanti di potere – che ci ritroviamo a fare i conti, ad aprire un varco per constatare che “La morte è nella vita e di questo la malattia è il segno”.
Dunque cos’è la salute al di là del tentativo della medicina di descrivere la verità del corpo in terza persona; se non una libertà non condizionata, non contabilizzabile, se non una “potenza di espansione” come Antonin Artaud ha definito l’esistenza umana?!?
D’altronde…“Imparare a guarire significa imparare a conoscere la contraddizione tra la speranza di un giorno e lo scacco, inevitabile alla fine. Senza dire mai di no alla speranza. Intelligenza o ingenuità?“.

Marzia Roberto
Psicologa – Psicoterapeuta

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